Home / Esclusive / METTI UN NATALE A CASA BONUCCI – Il fratello Riccardo fra liti e consigli: “Il sogno di Leo è sempre stato la Juve. Guardiola lo chiamava ma lui…”

METTI UN NATALE A CASA BONUCCI – Il fratello Riccardo fra liti e consigli: “Il sogno di Leo è sempre stato la Juve. Guardiola lo chiamava ma lui…”

A Viterbo, città natale di Leonardo, gira una voce che con il tempo si è rapidamente diffusa: fra gli addetti ai lavori ma non solo, sono in molti infatti a sostenere che Riccardo Bonucci avesse un talento superiore a quello di suo fratello, nonostante le due carriere abbiano poi preso strade completamente diverse: “Sì, in effetti si tratta di un’idea abbastanza diffusa – ammette ridendo ai nostri microfoni – Ho avuto un problema al ginocchio che mi ha tenuto fermo per più di tre anni, ma allora giocavo in eccellenza, il treno lo avevo già perso. Pensi che sono riuscito anche a debuttare in serie C1 trovando il gol al mio esordio al Rocchi. Poi purtroppo le cose sono girate male: nel dicembre 2001 firmai per il Civita Castellana e pochi giorni dopo mi chiamò il Grosseto di Piero Camilli, al quale dovetti però dire di no. Bene, io a fine anno retrocedetti, mentre i toscani iniziarono la scalata verso la Serie B. Sa, a quei tempi non avevo il procuratore, sbagliare era questione di un attimo. Per fortuna, qualche anno dopo, i miei errori sono serviti a Leo per prevenire certe situazioni”. Alla fine si sa, il fratello maggiore rappresenta una figura importante, tanto nel dispensare consigli quanto nel riprenderti duramente quando sgarri: “Quante discussioni la domenica a pranzo! Giocavamo entrambi la domenica mattina, ma mentre io mi comportavo da professionista e al massimo a mezzanotte ero a letto, a lui piaceva la bella vita, la discoteca e le serate con gli amici. Allora, dopo la partita, insieme ai miei genitori provavamo a fargli capire l’importanza di dormire anche solo un paio di ore in più, ma non c’era niente da fare: ci rispondeva a tono, dicendoci che un giorno sarebbe arrivato in alto anche riposandosi poco.E’ sempre stato molto convinto di sé e dei suoi mezzi, poi dal compimento dei 18 anni è cresciuto molto a livello caratteriale e di personalità, così che ora sono io ad aver spesso bisogno di qualche suo parere! Inoltre ci sentiamo dopo le partite: di solito preferisco chiamarlo il giorno seguente, dandogli il tempo di riposare. Ma se commette qualche errore terrificante, allora non gli do scampo: il suo cellulare squilla dopo qualche minuto dal triplice fischio finale dell’arbitro“. Certo, la carriera di Leonardo non è sempre stata rose e fiori, di momenti difficili ce ne sono stati tanti: “Sì, può dirlo forte. Mi ricordo due episodi in particolare. Un giorno, quando lui giocava nel Treviso, salimmo tutti a vederlo. Leo non giocava spesso, ma a questo giro c’erano molti giocatori fuori per infortunio e quindi si sentiva sicuro di una maglia da titolare. Bene, alla fine fecero di tutto per recuperare qualche difensore con più minuti nelle gambe e l’allenatore lo spedì dritto dritto in tribuna. Fu proprio una bella batosta. E come dimenticarsi delle lacrime della retrocessione a Pisa? Dopo l’esonero di Ventura, arrivò Giordano, sotto la cui gestione la squadra incappò in una serie interminabile di sconfitte. All’ultima giornata sarebbe bastato un pareggio con il Brescia per salvarsi, ma persero 1 a 0 e furono costretti a scappare dallo stadio tanto i tifosi erano infuriati per la retrocessione. E poi ci fu il primo anno alla Juve, una stagione quasi da dimenticare: la squadra non girava e lui veniva duramente criticato, senza però mai mollare anche grazie all’aiuto del motivatore. Con Conte la svolta”. E per poco l’ex allenatore della Juventus e della Nazionale non se lo portava a Londra. Anzi, anche a Manchester non hanno mai nascosto una totale ammirazione nei confronti di Leonardo: “La Premier gli piace, ma il suo sogno già lo sta vivendo – assicura Riccardo –  Non le nego che ci ha pensato più di una volta davanti all’offerta del Manchester City. Su WhatsApp mi mandava gli screen delle chiamate ricevute da Guardiola, ma erano chiamate dall’icona rossa, perché non gli rispondeva proprio”.

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