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(Foto: TuttoSport)
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Tanti auguri a…Pjanic! Oggi il bosniaco spegne felicemente 28 candeline, ma non è sempre stato cosi..

Tanti auguri a Miralem Pjanic, anche se, oggi potrà solo spegnere le 28 candeline senza fare una grande festa in vista della sfida di domani sera contro il Real Madrid, il quale, magari, si augura di poter festeggiare non solo il suo compleanno, ma anche un risultato positivo (ndr). Considerato uno dei migliori nel suo ruolo, con un debutto nel club lussemburghese del FC Schifflange (prima divisione) riesce ad arrivare in Francia, dove passa nel 2004 nelle giovanili del Metz, per poi esordire nel 2007 in prima squadra. Gli basta un solo anno per mostrare che, dentro di se c’era un potenziale incredibile: nel 2008 non solo passa al Lione, ma gioca la sua prima partita con la Bosnia ed Erzegovina a soli 18 anni, diventando il più giovane debuttante del suo paese, venendo per questo,  battezzato “piccolo principe“. Dopo tre anni passati in Francia, si trasferisce in Italia, precisamente alla Roma.

Gli anni alla Roma ed il passaggio in bianconero.

Furono gli anni della consacrazione e della maturità quelli nella capitale, dove lui prendeva spunto dal capitano, tanto che rilasciò queste parole dopo un Fiorentina-Roma: “la squadra con Totti ha più sicurezza, si sente liberata, ne ho visti pochi forti come lui. Spero di diventare un giorno come lui“. Alle prime notizie, di un possibile trasferimento alla Juventus, l’allora allenatore, Walter Spalletti, in un’intervista commento: “Non posso consigliare niente in un mercato così aperto, i giocatori possono essere disturbati da società che hanno più possibilià. Lui sicuramente non vuole andare via, gliel’ho chiesto quando ho letto e ha detto assolutamente no.” L’idea di Pjanic, probabilmente cambiò, quando a fine stagione la Juventus sollevò nuovamente lo scudetto, e la Roma dovette stare a guardarla impotente. «Era il momento di andare. Ho sempre creduto alle promesse del club, rinnovando il contratto. Continuavano a ripetermi che avrebbero costruito una squadra da scudetto, ma purtroppo in cinque anni non abbiamo vinto niente. Ne ho 26, la carriera non dura in eterno, non potevo più aspettare». Così commento la sua scelta, portando anche rabbia e delusione nei tifosi ed in un ex compagno in particolare: Naingolan, il quale ha sempre professato una certa antipatia per la Juventus e che aveva promesso di non rivolgere più parola al bosniaco in caso di passaggio in bianconero. Non fu certo una scelta facile, il clima capitolino che tira dopo un trasferimento pregiato ed amato dai tifosi non è sempre dei migliori. «Una persona seria rifletterebbe e capirebbe la mia scelta. La Juve mi voleva da anni. Ne ho parlato anche con Spalletti, con De Rossi. E con Totti«Che gli dispiaceva ma mi capiva. Avrebbe preferito che rimanessi in giallorosso ma sapeva che dovevo fare la mia strada. Amerò sempre Roma e la Roma”. Ma questo commento, di certo, non toglierà mai l’amaro dalla bocca dei tifosi. Ad oggi, dopo due anni di Juventus, passati tra trofei, soddisfazioni personali, e felicità, ci si dimentica forse di cosa ha dovuto passare nella sua gioventù, e noi di mondo bianconero, non ci sentiamo di tralasciare un pezzo di storia così, anche per ricordarci che i campioni delle volte, arrivano da realtà difficili, e Pjanic, è fra questi.

La retrospettiva del campione (fonte La Repubblica, 14/10/2016)

Miralem Pjanic, dov’è casa sua? Qual è casa sua?

«Tutte e nessuna. Lo è il Lussemburgo, lo sono state Metz e Lione, mi sono sentito a casa a Roma. La realtà è che non ho una vera e propria radice ma questo non mi disturba. Anche se credo che alla fine tornerò in Lussemburgo: è un posto un po’ noioso, il clima è un po’ così ma ci sono anche tanti vantaggi: il livello dell’istruzione è alto e siccome il calcio interessa poco io lì potrei vivere tranquillo»

Come arrivò da quelle parti?

«Papà, che militava nella serie B jugoslava, voleva portarci via dalla guerra e trovò un contatto con una squadra lussemburghese. Giocare a calcio gli è servito per rinnovare di volta in volta il permesso di soggiorno, però le giornate le passava ad asfaltare le strade e quando la sera tornava casa usciva mamma, che andava a fare i turni in ospedale. È stata una vita dura ma anche fortunata: ho potuto crescere con un pallone tra i piedi e ho incontrato un bravo allenatore, Guy Hellers, che ha cercato di dare un minimo di professionalità a un calcio totalmente amatoriale come quello lussemburghese. A 13 anni mi ha notato il Metz, appena oltre confine, e lì è cominciata la mia storia»

Quando ha scelto la Bosnia ha invece ascoltato il cuore?

«In nazionale gioco per fare felice la gente, è forse l’unica scelta di cuore e non di carriera che è possibile fare. Con il Lussemburgo ho frequentato le nazionali giovanili, ma avrei potuto anche scegliere la Francia. Domenech venne a parlarmi, con i Bleus avrei avuto altre prospettive, ma nessun traguardo sarebbe stato all’altezza del mio sogno: fare felice il popolo bosniaco».

Eppure lei in Bosnia non ha mai vissuto.

«Emigrai quando avevo un anno. Tornai che ne avevo sei, a guerra finita, per conoscere nonno e zio: ho ancora negli occhi i carri armati sulla strada di casa. Anche per questo fin da piccolo ho sognato di essere un idolo, un esempio per il mio popolo, e portare la Bosnia a una grande competizione: il Mondiale brasiliano è stato il coronamento di tutto questo. Avessi scelto la Francia chissà quanti ne avrei giocati, magari ne avrei anche vinti, ma non capisco chi sceglie una nazionale per interesse. Quasi tutti noi della nazionale dalla Bosnia ce ne siamo andati da bambini, eppure siamo rimasti legatissimi alle nostre origini: giochiamo per regalare loro un sorriso.»

Con l’augurio da parte di tutta la redazione, buon compleanno campione.

 

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