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Dal profilo Instagram della Juventus

CHIELLINI: “Ritorno in campo per l’anno nuovo. Futuro? Mi vedo dirigente…”

Lunga intervista alla Gazzetta dello Sport per Giorgio Chiellini, capitano della Juve e della Nazionale. Ecco le sue parole:

Quali saranno i tempi del recupero?

«Anno nuovo, sicuro. Febbraio, marzo… dipende. Quando si parla di un infortunio così serio si fanno delle stime perché si va su una media di recupero fisiologica. Ci sono tanti step da fare. È una battaglia che si vince ogni giorno. Ma già ora sto lavorando tanto e bene. Combatto il dolore con il sorriso».

Quanto ci vuole di motivazione psicologica? Perché tu hai un’età nella quale uno al tuo livello potrebbe anche mollare…

«Io sono stato veramente felice di vivere oggi questa sfortuna. In qualche misura sono stato fortunato. Perché a 35 anni conosci bene il tuo corpo e hai la maturità per capire e accettare una sfida della vita. Me ne sono reso conto la sera dell’incidente — a parte la speranza che fosse solo il menisco e non il crociato —, ho capito subito che era una cosa seria, che ci sarebbe voluto tempo e volontà. È stato più doloroso dirlo alla famiglia che viverlo, per me».

Come vedi il tuo futuro? Quanto giocherai ancora?

«Un paio d’anni. Non di più».

E poi?

«A me piacerebbe fare una carriera dirigenziale. Con grande calma perché penso che l’errore più grande di noi calciatori, finita la carriera, è pensare di essere subito pronti. Quando smetti, per i più fortunati tra i 35 e i 40 anni, pensi di sapere tutto del calcio. Però poi entri nel mondo del lavoro in cui quelli che hanno la tua età hanno fatto almeno 15 anni a buon livello. E anche se vai un gradino più sotto, trovi gente che ha 10 anni meno di te ma 10 in più di esperienza. Quindi hai un gap da compensare, ne devi essere umilmente consapevole. Hai un know how importante da un punto di vista calcistico, però devi mettere gli altri tasselli. È come un puzzle, la cornice non conta meno del soggetto. Non bisogna avere fretta. Un gradino al giorno, come la riabilitazione…»

L’allenatore non vuoi farlo?

«No. Mettere una squadra in campo e allenarla mezz’ora è bello, per tutti. Il distacco dal campo non è semplice, ma la vita di un allenatore non mi fa impazzire. Ormai non basta più un buon schema tattico, i tecnici devono essere sempre più psicologi e leader motivazionali. Sono gestori come può esserlo un amministratore di un’azienda che deve gestire almeno 50 o 60 persone. È una vita totalizzante: devi avere la vocazione, sicuramente. E poi accettare pressione e sacrifici di ogni genere. Non è un tipo di responsabilità che adesso mi sento dentro».

La Juventus è qualcosa di più di una squadra di calcio?

«Per me è famiglia. A tutte le persone che arrivano qua la prima cosa che dico è : “Ti sentirai a casa”. La vicinanza della famiglia Agnelli, in primis. E poi non è usuale, credimi, che l’alta dirigenza sia ogni giorno in campo, per gli allenamenti. Per chi non è abituato può essere percepita come pressione, ma qui è vissuta e data come vicinanza. Qui c’è sempre una società che è tutti i giorni con noi per aiutarci in quello che dobbiamo fare al meglio, non dandoci altre preoccupazioni. Ti assicuro: si sente il sostegno in tutta la vita, anche quella fuori dal campo. Qui si lavora tanto, però non ti viene fatto mancare niente. Poi capisco che alcune persone abbiano voglia, dopo anni, di cambiare e andare da un’altra parte. Nel nostro ambiente si dice “alla Juve non vai via”. La Juve ti manda via. Questo vale forse meno per gli stranieri, ma per un italiano lasciare la Juventus è qualcosa di veramente difficile. Perché ti entra dentro».

A proposito di italiani, quando nacque questo ciclo della Juventus c’eravate Buffon, Barzagli, Chiellini, Bonucci, Marchisio, Del Piero e tanti altri…

«Eravamo 14, 15 italiani».

Adesso siete molti meno. È cresciuto il livello?

«È cresciuto il livello, sicuramente. Se guardi ai 25 e non più agli 11 è evidente. Uno degli obiettivi più importanti che ci proponiamo ogni anno, noi “vecchietti”, è quello di trasformare 25 giocatori in un gruppo. Un gruppo multietnico, multiculturale, con età diverse perché andiamo da Gigi ai 20 anni di De Ligt. Hai persone cresciute in Sud America, ma anche in Francia, Italia, Germania. Tutte culture diverse e devi riuscire a dare una direzione comune, ma rispettando le abitudini e le identità di ciascuno. Bisogna creare armonia, gruppo. Essere squadra non solo in campo. Alla fine gli unici anni in cui abbiamo rischiato di perdere sono quelli in cui qualcosa dentro di noi non funzionava bene. Anche perché poi c’è sempre il problema che, di 25, ne giocano sempre 11. E quindi devi riuscire a creare un ambiente dove anche chi non gioca trascini gli altri. Con un gruppo di italiani è più facile. Nella prima Juve di Conte era molto più semplice, ma anche nei primi anni di Allegri i ruoli, le gerarchie erano più definite. Recentemente ho elencato la formazione della Juve che non giocava. Mi pare persino che ce ne fosse, fuori, anche uno di livello, forse Ramsey infortunato. Dissi: questa squadra magari non vince, però in Champions ci arriva. Se la gioca per vincere lo scudetto, quindi è normale che chi sta fuori un po’ di problemi li viva. Per questo ci vuole il rispetto reciproco, bisogna sentirsi gruppo coeso».

Quanto conta un allenatore in una squadra di calcio?

«Tanto, ma penso che il più importante sia il presidente. Poi la dirigenza, poi il tecnico, poi i giocatori. I club che funzionano sono stabili, danno sicurezza, investono, resistono alle emotività del nostro mondo. Non esiste di certo una grande squadra senza una grande società dietro, nel calcio moderno».

Qual è la differenza nello spogliatoio tra Allegri e Sarri?

«Il mister vive molto di numeri, schemi, Sarri va molto sul tecnico, sempre. È competente e dedicato. Poi cerca anche di stimolare, ma la parte preponderante è sempre un’analisi scientifica di tutto. Numeri, dati. Max più si avvicina la gara più tende a trasmettere pure sensazioni. Le basi te le ha già date, qualcosa ti dice su quelle due o tre situazioni, non ti dà tante informazioni numeriche ma cerca di stimolare un po’ più le altre cose. Come ho detto prima non c’è un approccio migliore o peggiore. L’empatia che si deve creare fra l’allenatore e la squadra per mettere in pratica quello che vuole lui è la risorsa fondamentale. La cosa in comune tra Sarri e Allegri è che ambedue vogliono vincere. Il modo di arrivarci è diverso, ma non ne esiste uno migliore e uno peggiore. Secondo me la Juve vincerà se riuscirà a prendere il meglio di entrambi. Due grandi allenatori».

Pensi che questo campionato non sarà come gli altri, ci sarà più competizione?

«Già due anni fa è stato un campionato, l’anno scorso siamo stati noi illegali. Abbiamo fatto 24 vittorie nelle prime 26 partite, e vivendo un dicembre incredibile nel quale avevamo un ciclo di 7 gare una più difficile dell’altra.. Quello è stato sicuramente il migliore periodo della Juventus. Purtroppo da gennaio ci siamo un po’ persi. Sono convinto che la Supercoppa di Gedda abbia scombussolato la nostra ripresa. Sono convinto che se avessimo potuto gestire un gennaio più lineare, come tutti gli anni, saremmo arrivati in primavera nelle condizioni giuste».

Cosa manca per la Champions?

«Un po’ di fortuna sicuramente. Però qualcosa ci è mancato: la capacità di gestire quelle finali. Ricordiamo sempre che nella Champions ci sono 5-6 squadre che sono allo stesso, altissimo, livello. A noi è sempre mancato poco, negli anni scorsi abbiamo perso delle partite in modo rocambolesco: Bayern, Ajax, Real. Tre volte siamo usciti in quel modo assurdo. Io quella che rimpiango di più è l’Ajax perché sono convinto che poi avremmo avuto la strada spianata verso la finale. Nel ciclo incredibile della Juve di questi anni, qualcosa che è nella storia del calcio italiano, resta solo quel rimpianto. Ma non è finita…».

Tre personaggi, cominciamo da Higuain.

«Sai qual è la cosa che ho pensato, conoscendolo bene? È raro trovare un numero 9 generoso. È chiaro, vive per il gol, però trovare un 9 così diverso da come lo avevo visto da avversario in campo è stato sorprendente. La persona Gonzalo mi ha sorpreso. Quest’anno voleva rimanere a tutti i costi, l’ha detto il primo giorno. Io gli sono sempre stato vicino, cercando di stimolarlo. Ha dimostrato sul campo che voleva restare nella Juve. Uno dei suoi difetti è che si butta troppo giù quando le cose non vanno bene. Però noi siamo lì per tenerlo sempre vivo. Con lui ho un rapporto ottimo e gli ho sempre detto tutto in faccia. Quando ho da dirgli qualcosa di buono, lo dico; quando lo devo stimolare lo stimolo; quando ho da cazziarlo lo faccio e lui lo accetta. Ma solo per il bene che voglio a lui e alla Juve».

Ronaldo che potrebbe prendersela di lusso e invece sembra avere la voglia di un ragazzino…

«Non potrà mai prendersela di lusso, per come è fatto. È uno che ha degli obiettivi quotidiani troppo importanti, tutto quello che fa lo fa con estrema attenzione e misura. Per me è stato bello viverlo a un’età così matura perché anche a 34 anni, quando è arrivato lui, c’era in me la voglia di carpire qualcosa. E lui è uno che ti dà tanta preparazione, cioè in certe partite lo vedi che è diverso dagli altri. Non c’è niente di male a dirlo perché prima di tutto è una multinazionale vivente. E quindi la cosa che bisogna essere bravi a fare è farlo sentire nella squadra, nonostante sia una “iena” tra virgolette. Ho trovato una persona che ha vissuto questa avventura con grande voglia di dimostrare. Alla fine i suoi interessi sono i nostri interessi, collimano perché lui è un vincente».

Da capitano cosa dici a Dybala, in questo periodo?

«Paulo è una persona molto silenziosa, un ragazzo d’oro che abbiamo visto crescere con noi. Paulo è uno che non parla tanto, ma alla fine fa, e lo dimostra in campo. L’anno scorso è stata etichettata come una stagione brutta di Dybala. Ma dipende da cosa gli si chiede. Se Dybala gioca prima punta fa anche 20 gol, ma se Dybala fa il centrocampista segna 5 gol e non c’è niente di male. Fa giocare la squadra, è importante anche in tanti altri ambiti. Secondo me Paulo continua a crescere, è un giocatore di livello internazionale. Lo ha dimostrato anche martedì. Anche lui è voluto rimanere qua. Ha avuto l’occasione di andare via ma è uno che ci tiene a fare il salto di qualità qui, è uno che ha portato la fascia di capitano con onore, perché l’ha meritato. Io non sarei proprio così sorpreso se Paulo facesse quello che hanno fatto Trezeguet, Camoranesi, Nedved, cioè un percorso importante nella storia della Juventus».

Ci sarai agli Europei?

«Sì, se non succede niente, anzi arrivo bello fresco. Mancini mi ha chiamato la sera in cui mi sono fatto male e gli ho detto: “Mister torno in primavera, faccio un po’ di rodaggio perché così arriva giugno che sono fresco come una rosa, tanto sarà la mia ultima manifestazione…”. Arrivare da capitano della Juve, della Nazionale, con 500 partite in bianconero e 100 in Nazionale, ti dà una serenità diversa. Mi piacerebbe godermi questo Europeo come mi sto godendo questi ultimi, stupendi, anni da calciatore».

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