Home / Esclusive / ESCLUSIVA MB – La rottura del crociato, il fallimento, la paura di non tornare e poi… “Ciao, sono Marotta, vuoi venire alla Juve?”. L’incredibile storia di Lorenzo Rosseti

ESCLUSIVA MB – La rottura del crociato, il fallimento, la paura di non tornare e poi… “Ciao, sono Marotta, vuoi venire alla Juve?”. L’incredibile storia di Lorenzo Rosseti

A volte il calcio non si limita ad una conclusione, ad un gol o ad un risultato. Accade che quella sfera che gira su un prato di sogni rappresenti un qualcosa di molto più speciale, un motivo per cui non fermarsi mai, correndo fino a quando l’impossibile non diventi possibile, finché la rabbia e il rancore non si convertano in gioia e soddisfazione. Insomma, a volte capita che il calcio si presenti come una parabola da percorrere con il fiato sospeso, imprevedibile ed emozionante allo stesso tempo. Lo sa bene Lorenzo Rosseti, giovane punta di proprietà della Juventus e quest’anno in prestito al Lugano, che a soli 22 anni ha sperimentato come pochi altri l’instabilità del calcio, passando dall’esaltazione di chi sta cominciando a scrivere qualcosa di grande al terrore di chi inizia a temere di non farcela: “Sono un calciatore giovane – esordisce Lorenzo ai nostri microfoni- anche se la lista degli infortuni che ho avuto potrebbe dimostrare il contrario. Già un crociato e un menisco rotti, proprio in quei momenti della mia carriera in cui mi sentivo pronto per il salto di qualità. Uno deve essere forte mentalmente di fronte ad infortuni del genere, perché sono incidenti che ti tengono fuori per molto tempo. Dentro la tua testa ci deve essere solo un verbo: lavorare e ancora lavorare. E’ normale che ogni tanto ti fai prendere dallo sconforto, soprattutto dopo le varie complicazioni e ricadute. Ma deve durare solo un attimo. Due secondi dopo devi essere già in campo per recuperare”.

Lorenzo, il calcio per te è stato fin da subito un grande amore, ma quante ne hai dovute passare…

“Sono innamorato di questo sport, ma non è stato tutto rose e fiori. Ho iniziato prestissimo insieme ai miei compagni di scuola. Poi feci qualche provino, due in particolare, uno al Milan e uno alla Fiorentina. Con i viola sembrava tutto fatto, poi sul più bello mi dissero che non avrebbero puntato su di me, perché ero troppo basso. Avevo appena 14 anni, fu una botta dura da digerire per me. Fortunatamente sono andato al Siena, dove sono riuscito ad esprimermi al meglio. Ah, la Fiorentina poi ha cercato di riprendermi, ma non c’è riuscita”

Poi, quando tutto sembrava andare per il peggio, ecco la chiamata della Juventus

“Ricordo quei giorni come se fossero ieri. Ero abbattuto, perché nel giro di poco dovetti fare il conto con la rottura del crociato e con il fallimento della squadra per cui giocavo. Che sfortuna! Proprio quando stavo riuscendo ad impormi in Serie B. Stavo aspettando di sapere quale destino spettasse al Siena, perché fino a metà Luglio non era ancora chiaro se la società si sarebbe iscritta o meno al campionato. Nel frattempo continuavo ad allenarmi, anche se da solo, per recuperare dal terribile infortunio e poi è arrivata la Juventus. Quando mi hanno chiamato per comunicarmi il loro interesse ero a cena fuori con dei miei amici. Penso che non capiti a tutti di parlare con Marotta mentre si mangia un piatto di pasta”.

Questa estate poi la classica tournèè estiva in giro per il mondo con la Juventus. Quanta emozione c’è in un ragazzo che si allena insieme a grandi campioni?

“E’ stata un’esperienza unica, perché ero consapevole di allenarmi con una delle squadre più forti d’Europa, la migliore da sempre in Italia. Già questo mi riempiva di orgoglio. Durante i primi giorni della tournèè mi tremavano le gambe, ma dopo qualche allenamento non fai più caso a chi ti sta accanto, giochi e basta”.

Con quale giocatore ti è capitato di parlare più spesso?

“Diciamo che trascorrevo molto tempo con i giovani: Rugani, Cerri, Marrone… avevamo formato un bel gruppetto. Ma giusto a tavola eh, sul campo non potevamo non sfruttare l’occasione di rubare qualche segreto ad Higuain e compagni”.

Ma cosa ti ha colpito di più del mondo Juve?

“Mah, in realtà ci sarebbero due cose che più mi hanno colpito rispetto alle altre: la Juventus ragiona molto da squadra, non c’è un giocatore che pensi prima a sé piuttosto che al collettivo. E’ sempre stato così e questo si vede ogni domenica in campo. E poi Massimiliano Allegri, che mi ha impressionato davvero tanto, soprattutto come persona. Cerca di aiutare tutti, dando consigli sia ai veterani che a noi giovani”.

E questa Juventus è pronta per la Champions League?

“Pronta? Eccome se lo è, prontissima! Tanti campioni, un grandissimo allenatore… credo che ci siano tutti i presupposti per sognare in grande”

Lorenzo, qual è il tuo grande sogno?

“Beh, il sogno è sicuramente quello di tornare ad indossare la maglia della Juventus. Non sarà facile, perché parliamo di una squadra imbottita di campioni, ma con il duro lavoro sul campo mai dire mai. E poi sogno di giocare un giorno per la Nazionale maggiore. Ma adesso penso solo all’Under 21 di Di Biagio, che mi sta concedendo tanta fiducia. In Italia ci sono tantissimi giovani talenti, bisognerebbe solo avere il coraggio di farli giocare”

Prima però devi pensare al Lugano: quanto è stato difficile approcciarti ad una nuova realtà?

Sicuramente all’inizio non è stato facile: la Svizzera è molto vicina all’Italia, ma come mentalità è totalmente diversa e questo lo si registra  anche nel calcio. Pensate che qui, prima delle partite, le squadre non si riuniscono in ritiro… è sorprendente. Anche per inserirmi nel gruppo ci è voluto un po’ di tempo, perché ci sono tanti ragazzi stranieri e, dunque, con la lingua non è sempre facile. Molti parlano italiano, molti altri no. Con il Mister ho davvero un buon rapporto. Si tratta di una persona che ti fa sentire importante e che riesce a dare confidenza a tutti. Umanamente è eccezionale, capace di starti vicino quando ti vede in difficoltà. Per adesso siamo sesti dopo dodici giornate, un risultato sorprendente per noi che eravamo partiti con l’obiettivo di salvarsi. Glielo avevo detto che il lavoro sul campo paga sempre…”.

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