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L’effetto Nedved sulla Champions. Per lui è diventata un’ossessione

Emblematica la scena verificatasi martedì sera, dopo il 3-1 dei bianconeri sul Siviglia, nello stadio Sanchez Pizjuan: partita finita da una decina di minuti e tribune vuote ad eccezione del settore ospiti dove sono ancora assiepati gli oltre 2000 tifosi juventini che hanno affrontato la trasferta, Pavel Nedved esce dagli spogliatoi – solitario – e va sotto la curva applaudendo. Riceve in cambio un’autentica ovazione, fatta di controapplausi e cori. A cominciare dall’evergreen «Pavel-Pavel-Nedved»…
E’ questione di sensibilità, di carisma, d’un legame profondo che è andato via via maturando lungo l’esperienza torinese iniziata nel 2001 (quando Nedved venne acquistato per la bellezza di 70 miliardi di lire, versati alla Lazio). Da allora, appunto, Pavel ha scalato posizioni nell’indice di popolarità e ha mietuto trionfi a livello individuale e di squadra.
Ebbene da allora, per Nedved, la Coppa dalle Grandi Orecchie è diventata quasi un’ossessione e lui stesso ha ammesso più volte di volere fermamente recuperare, in qualità di dirigente, la chance persa da giocatore.
Per cercare di riuscire nell’impresa, Nedved non si limita a stare a guardare. Mette in campo tutta la sua esperienza, il suo carisma di uomo vincente in grado di rapportarsi ai calciatori dall’alto dello status d’un ex campione che sa e capisce, che parla poco ma quando lo fa coglie nel segno. Non a caso spesso e volentieri assiste agli allenamenti, si confronta con il gruppo (pur nel rispetto dei ruoli, naturalmente, e senza interferire negli spazi e nelle autonomie del tecnico Massimiliano Allegri). Come si è visto, poi, oltre a spronare, caricare, “confessare” i giocatori, il ceco trova il tempo per dedicarsi anche ai tifosi. Sa bene che per centrare l’obiettivo, serve che tutte le componenti siano al posto giusto, che tutti diano il contributo auspicato, scrive Tuttosport.

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