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Marchisio: “Credere al triplete è d’ obbligo”

E così, dopo che nessun bianconero s’era mai spinto a sdoganare paroloni che rischiavano di evocare gesti apotropaici, il trionfo di Barcellona ha quasi inaugurato una… nuova era. Adesso chiedi a un giocatore della Juve qualsiasi cosa sul Triplete e lui ti risponde con quella sicurezza che mai sconfina nella tracotanza. Ebbene sì, il tris di Coppe (campionato-Champions League-Coppa Italia) è obiettivo possibile e gli allegriani sono i primi a crederci. Scrive Tuttosport.
Unicità vera
Ne parlano tutti nelle segrete stanze del centro sportivo bianconero, lo ribadiscono pubblicamente ad ogni occasione buona, senza vanagloria ma con la piena coscienza di quanto sia forte una squadra con margini di miglioramento ancora da dischiudere. Se Gonzalo Higuain, per dire, non s’è sbloccato nei match a eliminazione diretta, essere ottimisti è quasi un obbligo.
Ora leggete Marchisio e poi non stropicciatevi gli occhi. Il sogno è vivissimo, vincere tutto è possibile: «Crederci è un obbligo, ora che siamo al punto più importante della stagione. Visto il vantaggio in campionato, con una semifinale da giocare in Champions e dopo aver raggiunto la finale di Coppa Italia, siamo convinti che possiamo farcela. Noi sazi? Finché non ci si ritira, non bisogna fermarsi mai». E ancora: «Abbiamo scollinato quella parte durante la quale la Juventus non riusciva ad essere importante in Europa. Il sesto scudetto di fila sarebbe bello, incredibile e importante come il primo. Ma in Europa sono tre anni che gli avversari hanno un’idea diversa quando incontrano noi». E’ il segreto che sta alla base di un gruppo fuori dal comune, dove aiutarsi l’un l’altro è regola immanente alla Juve. «E si preferisce giocare anche poche volte, però vincere»: detto da Claudio, che pure per colpa dell’infortunio ha perso il posto fisso, vale di più. Per il Principino, i bianconeri «non mollano mai nulla. E la difesa è un muro impenetrabile».
Altro che la pensione
Questa è la Juventus, dove nessuno è disposto a tirarsi indietro, a maggior ragione ora che c’è un’Europa da riconquistare. E dopo tanti anni – perlomeno dal 2003 – nell’ambiente bianconero si respira il profumo della grande impresa. Che poi impresa sarebbe fino a certo punto, visto che questa squadra ha saputo crescere per gradi, percorrendo audacemente la scalinata che dal baratro riporta alla luce, soffrendo tanto (e maturando anche sconfitte cocenti, come un girone fa a Marassi) e riprendendosi lo scettro di big continentale, con la fondata speranza di riergersi a prima fra le prime.
«Sarà l’aria della Juve – diceva Barzagli nel post Genoa – ma qui tutti hanno sempre una grande voglia di vincere». E poi non è così scontato che avere una rosa dall’età media importante (29 anni e mezzo) sia indice di “pensione vicina”: «Per qualcuno, come per me, è anche l’ultima occasione per conquistare grandi cose e questo ti invoglia a dare tutto te stesso». Il discorso vale per Barzagli e per gli altri giocatori al di sopra dei trent’anni, da Buffon capitano allergico all’usura sino ai più giovani Dani Alves, Chiellini, Lichtsteiner. Ecco, lo svizzero pur di prendersi la Coppa farebbe non solo il trequartista esterno ma cambierebbe fascia, se necessario.
Non si molla niente
Allegri, nell’instillare ai suoi il coraggio di affrontare chiunque senza tremare, è stato come un padre. Ha insegnato ai… figli l’arte di gioire evitando di “ubriacarsi” e trascendere oltre i confini di un’eccitazione che, senza trofei da destinare al J Museum, non avrebbe abuto senso. La filosofia del tecnico livornese (calma, equilibrio, no agli eccessi) s’è attagliata perfettamente agli umori di uno spogliatoio ricco di voci diverse, anche contrarie al volere dell’allenatore, ma tutto s’è poi ricomposto per inseguire un obiettivo comune.
Vietato esaltarsi dopo aver fatto fuori il Barça, vietato deprimersi alle prime scossette, a quello scivolone che l’Europa antijuventina si augura possa verificarsi anche solo per la legge dei grandi numeri. E credere costantemente negli obiettivi. Perché – è il precetto di Max – «non abbiamo ancora vinto niente». I bianconeri, nella loro storia, si sono fatti male più volte, da favoriti: senza rievocare Magath, dopo la Champions del ’96 è successo già troppe volte di sentirsi potenti e ritrovarsi impotenti.
 

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